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I Punkreas (Pedroletti)
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Hanno dei soprannomi che sembrano tratti dai fumetti di
Altan e Jacovitti. Un paragone forse irriverente per
quelli che sono considerati i paladini del punk «made in
Italy». Ma l'ironia certo non manca a Cippa (il
cantante), a Flaco e Noyse (i chitarristi), a Paletta (il
bassista), a Gagno (il batterista) e a Ruvido (il tour
manager), l'attuale line-up dei Punkreas, band che dal
1989 brutalizza le belle maniere della musica
confezionando testi sarcastici e irriverenti contro il
proibizionismo, il Vaticano e la società globalizzata.
Sarà l'ormai famoso quintetto di Parabiago ad aprire
venerdì sera la Festa di Radio Onda d'Urto, con una
scaletta che ormai è una vera sequenza di inni
trasgressivi e libertari, da «Canapa» a «Tutti in pista»,
da «Aka Toro» a «Voglio armarmi».
Brani che presenterete in questa veste per
l'ultima volta, visto che in autunno il live si articolerà
sul nuovo album da studio.
(Risponde Flaco) «Certo, siamo ancora in fase di
lavorazione, abbiamo le musiche, i testi, mancano solo
alcuni dettagli sulla registrazione e sul contratto, ma
per fine ottobre ci siamo».
Il vostro è uno dei pochi gruppi punk
italiani che riesce a vivere suonando.
«In effetti ci sentiamo dei miracolati. Vivere suonando
punk nella Pianura Padana è un po' come vivere di funky
in Bielorussia o di metal in Somalia. Alla fine di ottobre
faremo comunque un tour in Germania per aprire territori
nuovi».
Il punk è nato nei Settanta per sottrarre la
musica alla presunzione strumentale del progressive. Ora
ha ancora senso tenere in vita canzoni che usano due o tre
accordi ispirate al R&B più bianco e grezzo?
«Musicalmente il punk si tiene in vita da solo. Hip hop e
altri generi sono referenziali. Culturalmente, invece,
ricordo che il movimento è nato con il senso di rivolta
verso qualsiasi forma di controllo esercitato dai
mass-media e dalle organizzazioni religiose. E in questa
società agonizzante si parla ancora di messa in latino...».
I vostri riferimenti musicali?
«Motorhead, Iron Maiden, Black Sabbath, passando per i
Sex Pistols e i primi Clash, quelli della fase garage.
Quando abbiamo iniziato, nel 1989, il punk in Italia era
stato abbandonato anche dai circuiti più alternativi. Si
guardava più all'hip hop, e al rap. L'ondata americana
dei vari Green Day e Offspring ha trascinato anche i
nostri punkettari».
I gruppi italiani di cui consigliate
l'ascolto?
«Band "storiche" e affini a noi come Derozer,
Banda Bassotti, Pornoriviste. Oppure Famiglia Rossi e
Vallanzaska. Tra i nuovi gruppi invece seguiamo i milanesi
Gerson».
Dunque esiste una scena punk italiana?
«Negli ultimi anni si respira un'atmosfera pesante perché
si sono ristretti gli spazi di mercato. Ci sono ottimi
gruppi costretti al ritiro per mancanza di visibilità.
Nel music business si è creata una forbice tra chi ha i
mezzi promozionali e chi non li ha. Noi siamo in mezzo
sperando di non essere tagliati fuori».