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Un gruppo di rom (Emmevi)
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BRUXELLES - Dopo il
rogo
di Livorno nel quale sono morti quattro bambini Rom,
si è aperta una frattura tra la Ue e Romano Prodi, che
domenica aveva sottolineato come quello dei Rom
fosse
un problema politico complesso che l'Europa non aveva
ancora risolto. «Per l'integrazione dei Rom e delle
altre minoranze etniche in Europa si è fatto molto e ci
sono regole molto chiare. Sta agli Stati membri, compresa
l'Italia, rispettarle e attuarle in pieno» ha replicato
la Commissione Ue al premier italiano.
PROCEDURA
DI INFRAZIONE - La portavoce del commissario Ue
agli affari sociali, Vladimir Spidla, ha quindi ricordato
come «contro l'Italia sia già da tempo aperta una
procedura di infrazione proprio per non aver ancora
recepito la direttiva europea contro le discriminazioni
basate sulla razza e sull'etnia». Bruxelles invita quindi
«a a fare di più e al più presto, soprattutto sul
fronte della integrazione dei Rom nel nel mercato del
lavoro». Il governo italiano - spiegano gli uffici
del commissario Ue - ha tempo fino al prossimo 27 agosto
per rispondere a Bruxelles sulla procedura di infrazione.
A ricevere una lettera formale dalla Commissione Ue, lo
scorso 27 giugno, sono stati 14 Paesi: oltre all'Italia,
anche Spagna, Svezia, Repubblica Ceca, Estonia, Francia,
Irlanda, Regno Unito, Grecia, Lituania, Polonia,
Portogallo, Slovenia e Slovacchia.
INADEMPIENZE
- A tutti Bruxelles contesta di non aver adeguato la
propria legislazione sulla minoranze etniche alle norme
comunitarie. Quelle della direttiva "Razza e origine
etnica", che l'Ue ha varato nel 2000 e che tutti gli
Stati ammoniti non hanno ancora adeguatamente trasposto
nel proprio ordinamento. La lista delle inadempienze
denunciate dalla Commissione Ue è lunga. Negli Stati
messi in mora da Bruxelles non sarebbero infatti garantiti
a sufficienza - per minoranze come i Rom o i Sinti -
l'integrazione nel mercato del lavoro, la formazione
professionale, un'adeguata protezione sociale,
l'istruzione. E anche l'accesso ai beni e ai servizi
pubblici, compresi gli alloggi. All'Italia, poi, vengono
contestati tre punti in particolare: la mancanza di
condivisione dell'onere della prova, una limitata
protezione contro gli abusi e le ritorsioni, una
definizione sbagliata nella legge di molestie razziali.
LA
REPLICA DI AM ATO - Il ministro dell'Interno,
attraverso un comunicato, ha reso noto che «la direttiva
comunitaria n. 43 del 2000 contro le discriminazioni
etniche e razziali promossa dalla Presidenza Prodi è
stata attuata dall'Italia con decreto legislativo n. 215
del 9 luglio 2003. Tale decreto del 2003 è stato ritenuto
non soddisfacente rispetto a tre aspetti specifici della
direttiva e per questo è stato oggetto dei rilievi
sollevati in sede Ue. Si tratta di aspetti che vanno
corretti e che, tuttavia, non riguardano la specifica
questione dei Rom. In relazione ai Rom - prosegue il
comunicato - è vero che l'Italia non ha riconosciuto loro
i diritti delle minoranze, che la nostra legge conferisce
alle sole minoranze linguistico-territoriali. D’intesa
con la Presidenza del Consiglio, al Viminale è in corso
da mesi il lavoro preparatorio, al quale stanno
partecipando anche le associazioni che rappresentano gli
stessi rom, per una conferenza prevista per il prossimo
mese di ottobre in vista delle necessarie e giuste
iniziative legislative. Una conferenza che servirà anche
per cominciare a rimuovere i pregiudizi verso i rom e la
generalizzata diffidenza nei loro confronti che hanno
indotto sino ad ora ad ignorare il problema».
FERRERO:
«SERVONO RISORSE» - Sulla questione interviene
nel frattempo anche il ministro della Solidarietà
Sociale, Paolo Ferrero: «Al di là delle polemiche
strumentali, è del tutto evidente che per affrontare
efficacemente la vicenda Rom servono maggiori risorse
economiche, anche nazionali, da destinare alle politiche
sociali e di integrazione». «La situazione italiana è
particolarmente grave - continua Ferrero - perché il
governo Berlusconi negli anni scorsi non ha fatto nulla;
sia perché a livello comunale accanto ad esperienze
splendide, ve ne sono altre indegne di un paese civile».