Perché
l'Italia è l'unico Paese dell'Unione Europea dove
ancora alligna, sia pure in misura assai ridotta, il
terrorismo rosso e da 20 anni non accenna a scomparire? E
perché sempre l'Italia è l'unico Paese dove quel
terrorismo sembra essere in grado di godere ancora oggi di
un'area più o meno vasta di consenso? Le celebrazioni
milanesi del 25 Aprile, con la loro appendice di slogan e
di cartelli filo-Br, ripropongono questi imbarazzanti
interrogativi che come fantasmi ci inseguono da decenni.
Ai
quali è impossibile rispondere senza fare i conti
con una questione più generale: quella della presenza
storica nella società italiana di un fondo di violenza
duro, tenace, che da sempre oppone un ostacolo
insormontabile alla diffusione della cultura della legalità.
Non è un caso se l'Italia è la patria delle più
importanti organizzazioni storiche della criminalità
europea.
La
sfera politica italiana è stata segnata
profondamente dalla violenza. Sorti alla statualità da un
moto rivoluzionario con alcuni tratti di guerra civile,
come per l'appunto fu il Risorgimento, l'idea che a certe
condizioni la violenza sia ammissibile (addirittura
necessaria) ha caratterizzato in modo netto tutte le
moderne culture politiche che hanno visto la luce nella
penisola, che affondano le radici nella realtà più
autentica della nostra storia: il socialismo massimalista,
il nazional-fascismo, il comunismo gramsciano, l'azionismo.
Tutte
culture che in un modo o nell'altro si sono
alimentate e hanno alimentato il mito della rivoluzione,
qualunque fosse l'aggettivo che poi le veniva appiccicato.
A livello di massa, in pratica, ha fatto eccezione solo la
cultura politica cattolica. Se non ci fosse stata la
quale, come si sa, è probabile che non ci sarebbe stata
neppure l'Italia democratica che invece abbiamo avuto.
Ma
la storia non è acqua. L'Italia democratica, pure
se tale, è stata pur sempre figlia di una vicenda che
aveva sviluppato un'antica e lunga contiguità con la
violenza, nella forma, come ho detto, del mito
rivoluzionario (all'origine, non da ultimo, con la
Resistenza, della stessa legittimazione della Repubblica).
La democrazia da noi non ha potuto che vivere gomito a
gomito, e spesso intrecciata, con questo mito e con la sua
cultura, entrambi opportunamente trasfigurati nella
dimensione dell'«utopia», ancora oggi considerata dal
senso comune politico italiano quanto di più nobile e
degno la politica possa mettere in campo. Mentre lo Stato
di diritto, da tutti a chiacchiere omaggiato e riverito,
nei fatti commuove l'animo solo di sparute, sparutissime
minoranze: quanti sono infatti, ancora oggi, quelli (a
cominciare dal ministro degli Interni, si chiami Pisanu o
Amato) che di fronte al blocco di una stazione da parte di
un gruppo di scioperanti o alle truffe delle
certificazioni sanitarie degli impiegati pubblici invocano
il pugno della legge?
In
realtà, il germe dell'illegalità e di quella sua
manifestazione estrema che è la violenza l'Italia
democratica lo porta in certo senso dentro di sé, nella
sua storia culturale e dunque nella sua antropologia
accreditata. Ed è per questo che non le è mai riuscito e
non le riesce neppure oggi di estirparlo.
Può,
per fare un esempio, cercare di insegnare
l'educazione civica a scuola, ma nello stesso momento in
cui lo fa mostra pateticamente quanto lei per prima creda
poco ai suoi precetti non riuscendo a impedire in quella
stessa scuola il venir meno di ogni norma di condotta, lo
scatenarsi della più generale indisciplina. Non è il
solo paradosso. C'è pure quello per cui l'Italia è il
Paese dove più attecchiscono le parole d'ordine del
pacifismo e la predicazione della non violenza ma insieme
è anche quello dove rispetto al resto d'Europa più
diffusa è la pratica dell'illegalità di massa e più
frequente risuona l'esaltazione della violenza o la
tolleranza di fatto nei suoi confronti: con una
contraddizione solo apparente, però, dal momento che
all'origine di entrambi i fenomeni c'è sempre il medesimo
retaggio utopico della nostra cultura, sia pure
diversamente declinato. Nonché, a custodire e perpetuare
quel retaggio, l'involucro di una statualità debole che
di fronte alle simpatie filo-Br di Milano dice per bocca
del suo ministro degli Interni che sì, in effetti «c'è
di che preoccuparsi» ma non se la sente di promettere
nulla di più.