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mobilitano in solidarietà con gli autori dei testi in sciopero:
"corti" con Woody Allen, Sarandon e Demi Moore Video
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In Austria a Bad Kleinkirchheim nella gara di coppa del mondo
Vittoria di Massimiliano Blardone davanti a Manfred Moelgg, terzo
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La
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La star inglese di «Pirati dei Caraibi» posa da vamp Lanciata da
un servizio sulla rivista americana «Interview» più un'intervista
sul «Daily Mail»
ASTRONOMIA
Addio al Voyager 2, ha lasciato il sistema solare
La sonda spaziale, lanciata nel 1977, ha attraversato la «termination
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lo spazio interstellare di A. Carboni
IL
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Muore la top model anti cocaina Katy French aveva 24 anni, sospetti
di una overdose
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La giustizia e i tempi lunghi. Diretta online Inefficienze nei processi: ne discutono Gian Carlo Caselli, Oreste Dominioni e Daniela Marchesi. Diretta alle 18
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pista: la Rossa ospite della rassegna di Bologna. Le foto e i video
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Alonso torna a casa Ingaggio alla Renault Il Times: triennale da 100 milioni, sarà il pilota più pagato nella storia della F1. Ma ci sono forti dubbi sulla cifra. Tra un anno potrà andare in Ferrari
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«Bravo Benigni, ma sulla castità hai sbagliato»
Il predicatore pontificio: «Alta lezione con un pericoloso errore
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CALENDARI 2008
La sfida dei 12 mesi Ecco Camila Morais Guarda le immagini
MODA
Ecco cosa non deve mancare nel guardaroba di lei Dal corpetto al
tubino, i 30 capi da avere nell'armadio per non essere «out»,
secondo il Times
La lista completa
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"Politica e nuove tecnologie della comunicazione",
Laterza, 2003, p.
8, in nota.
Secondo il sociologo tedesco, lo Stato nazione e il multiculturalismo sono ideologie ormai al tramonto
Sette tesi contro l'uomo globale
Perché lo strapotere capitalista può essere sconfitto dal «cosmopolitismo»
diULRICH BECK
La prospettiva nazionalistica - che equipara la società con i
cittadini della nazione stato - ci rende ciechi davanti al mondo in cui
viviamo. Per poter afferrare la correlazione tra popoli e popolazioni di
tutto il globo, occorre innanzitutto una prospettiva cosmopolita. Il comun
denominatore del nostro pianeta così densamente popolato è la "cosmopolitizzazione",
che sta a indicare l'erosione dei confini che si frappongono tra mercati,
stati, civiltà, culture e non da ultimo tra le esperienze di vita dei
vari popoli. Il mondo non ha perduto certamente le sue frontiere, ma
questi tracciati si fanno sempre più sfocati e indistinti, e diventano
permeabili al flusso di informazioni e capitali. Un po' meno quando si
tratta del flusso delle persone: i turisti sono ammessi, gli immigrati no.
Immigrati e cosmopolitismo: una immagine di scuole francesi (Reuters)
Nei vari ambiti di vita e di istituzioni a livello nazionale e locale si
verifica un processo di globalizzazione interna, che va ad alterare le
condizioni che consentono la costruzione dell'identità sociale, non più
caratterizzata dalla dicotomia negativa del "noi" e
"loro". A mio avviso, è importante che la cosmopolitizzazione
non avvenga in qualche dimensione astratta o generica, al di sopra della
testa delle persone, ma che prenda corpo nella vita di tutti i giorni
degli individui ("cosmopolitizzazione quotidiana"). Lo stesso
vale per le operazioni interne della politica, ormai globali a tutti i
livelli e persino nel campo della politica nazionale, proprio perché
devono tener conto della dimensione globale delle interdipendenze
reciproche, dei flussi, delle reti, delle minacce e via dicendo
("politica interna globale"). Dobbiamo chiederci, per esempio:
come si modifica la nostra comprensione del potere e del controllo in
un'ottica cosmopolita? Per rispondere a questa domanda, vorrei proporre
sette tesi. La globalizzazione è una forma di controllo anonimo.
PRIMA TESI - Nel rapporto tra
economia globale e stato si va delineando un meta gioco di forze, una vera
lotta nel cui contesto si riscrivono le regole attinenti al potere nel
sistema di stati nazionali e internazionali. L'economia in particolare ha
sviluppato una sorta di meta potere, sottraendosi ai rapporti organizzati
in termini di territori e nazione stato, per conquistare nuovi meccanismi
di intervento nello spazio digitale. Il termine "meta gioco di
potere" significa che si combatte per il potere e al tempo stesso si
alterano le regole della politica mondiale, abbandonando lo stretto
orientamento finora in vigore, focalizzato sulla nazione stato. Se ci si
chiede qual è la fonte del meta potere delle strategie del capitale ci si
imbatte in una circostanza straordinaria. L'idea di base era stata
formulata nel titolo di un giornale dell'Europa dell'est, in occasione
della visita nel 1999 del cancelliere tedesco, in questi termini: "Vi
perdoniamo per le Crociate e aspettiamo i vostri investimenti". E' il
preciso rovesciamento del calcolo delle teorie classiche sul potere e sul
controllo ad accrescere il potere delle imprese transnazionali: il mezzo
di coercizione non è la minaccia di invasione, bensì la minaccia di non
invasione da parte degli investitori, oppure la loro partenza. Come a
dire, c'è solo una cosa peggiore di essere sommersi dalle multinazionali,
e cioè quella di non esserlo.
Ricerca scientifica (Ap)
Questa forma di controllo non è più associata all'espletamento degli
ordini, bensì alla possibilità di realizzare investimenti più redditizi
in altri paesi, e alla minaccia velata introdotta da queste opportunità,
vale a dire la minaccia di non fare nulla, di rifiutarsi di investire in
un determinato paese. Il nuovo potere delle imprese non si basa sull'uso
della violenza come ultima ratio per costringere gli altri ad adeguarsi
alla propria volontà. E' molto più flessibile, perché in grado di
operare indipendentemente dalla località, e pertanto globalmente. Non
parliamo di imperialismo, ma di non-imperialismo: non invasione, ma ritiro
degli investimenti, questo è il nocciolo del potere economico globale. Un
potere economico disgiunto dal territorio, che non esige né attuazione né
legittimazione politica. Nell'insediarsi, riesce a scansare le istituzioni
delle democrazie evolute, tra cui parlamento e magistratura. Il meta
potere non è né legale né legittimo: è "translegale". Eppure
interviene ad alterare le regole dei sistemi di potere sia nazionali che
internazionali. L'analogia tra la logistica militare del potere dello
stato e la logica del potere economico è davvero sorprendente. Il volume
del capitale di investimento corrisponde al potere di fuoco dell'arsenale
militare, seppur con la fondamentale distinzione che in questo caso il
potere si accresce con la minaccia di non fare fuoco. Lo sviluppo dei
prodotti è l'equivalente dell'aggiornamento dei sistemi di armamento.
L'insediamento delle filiali di grandi multinazionali in molti paesi si
sostituisce alle basi militari e al corpo diplomatico.
La vecchia regola militare che l'offesa è la miglior difesa oggi si
traduce in: lo stato deve investire in ricerca e sviluppo per saper
reagire all'offensiva globale del potere del capitale. Quanti più fondi
sono assegnati alla ricerca e all'istruzione, tanto più forte sarà la
voce di quello stato nell'arena della politica mondiale (o almeno così si
spera). Il potere della minaccia di non-investimento oggi si avverte quasi
ovunque. La globalizzazione non è una scelta: è un potere anonimo.
Nessuno l'ha avviata, nessuno può fermarla, nessuno se ne accolla la
responsabilità. La parola "globalizzazione" sta difatti a
significare l'assenza organizzata della responsabilità. Si cerca qualcuno
a cui rivolgersi, per presentare un reclamo, per esporre le proprie
ragioni. Ma non esiste una struttura da interpellare, nessun numero di
telefono, nessun indirizzo e-mail. Tutti si sentono vittima, nessuno
colpevole. Persino i presidenti delle multinazionali (questi
"principi moderni" di stampo machiavellico), che amano farsi
corteggiare, devono per definizione sacrificare pensiero e comportamento
sull'altare degli azionisti, se ci tengono a conservare la poltrona. Una
nuova prospettiva per un nuovo approccio.
SECONDA TESI - L'ironia insita
nella teoria di questo meta potere vuole che le occasioni di azione tra i
co-protagonisti siano già inserite nel gioco. Esse dipendono
essenzialmente da come gli attori definiscono e ridefiniscono la politica,
e queste definizioni sono i prerequisiti del successo. Solo una critica
decisa dell'ortodossia della nazione stato, accompagnata dall'emergere di
nuove categorie orientate alla prospettiva cosmopolita, sarà in grado di
spalancare nuove opportunità di potere. Chiunque aderisca ancora al
vecchio dogmatismo nazionale (al feticcio della sovranità, per esempio, e
alla politica unilaterale che ne deriva) verrà travolto e sorpassato.
Sono precisamente i costi che gli stati si sobbarcano come conseguenza
della loro fedeltà alle vecchie regole della nazione stato sui rapporti
di potere, che obbligano al passaggio a un punto di vista cosmopolita. In
altre parole: il nazionalismo - la rigida aderenza alla posizione che i
meta giochi di potere nella politica mondiale sono e devono restare nel
campo nazionale - si rivela estremamente costoso. Questa è stata la
recente lezione impartita in Iraq a una potenza mondiale come gli Stati
Uniti. La confusione tra politica nazionale e globale altera la
prospettiva, e allo stesso tempo ostacola ogni riconoscimento e
comprensione delle nuove caratteristiche dei rapporti e delle risorse di
potere. Questo significa rinunciare a sfruttare l'occasione per
trasformare le regole dei vincenti-perdenti e perdenti-perdenti del meta
gioco di potere nelle regole dei vincenti-vincenti, dalle quali lo stato,
la società civile globale e il capitale possono approfittare
simultaneamente. Si tratta di rovesciare l'idea fondamentale di Marx: non
è l'essere che determina la consapevolezza, bensì la consapevolezza che
sfrutta al massimo le nuove possibilità di azione (la prospettiva
cosmopolita) da parte degli attori coinvolti nei rapporti di potere
politico a livello globale. Esiste una via maestra alla trasformazione
della propria situazione di potere. Ma prima occorre cambiare la nostra
prospettiva sul mondo: sarà una visione scettica e realistica, ma pur
sempre una visione cosmopolita! Solo al capitale è consentito
contravvenire alle regole.
Un ritratto di Karl Marx
TERZA TESI - Per ironia della storia, la visione del mondo
screditata dal collasso del comunismo in Europa è stata oggi adottata dai
vincitori della Guerra fredda. I neoliberali hanno elevato le debolezze
del pensiero marxista a fede incrollabile, in particolare la sua cocciuta
sottovalutazione dei movimenti nazionalistici e religiosi, come pure il
suo modello storico lineare e unidimensionale. Dall'altro lato, invece,
hanno chiuso gli occhi davanti all'intuizione marxista secondo la quale il
capitalismo libera forze anarchiche e autodistruttrici. Resta un mistero
perché i neoliberali siano tanto convinti che le cose possano evolvere
diversamente nel ventunesimo secolo. Ad ogni modo, le varie minacce di
catastrofi ambientali e rivoluzioni imminenti parlano oggi un linguaggio
molto diverso. I principi neoliberali rappresentano un tentativo di
generalizzare a partire dalle vittorie storiche di breve durata del
capitale mobile. La stessa prospettiva del capitale si qualifica come
assoluta e autonoma, e spinge il potere strategico e lo spazio delle
possibilità delle economie classiche verso una sete di potere
sub-politica e mondiale. Successivamente, quello che va bene per il
capitale diventa la migliore opzione per tutti. Per dirla ironicamente, la
promessa è che la massimizzazione del potere del capitale resta, in
ultima analisi, la strada preferita verso il socialismo. I neoliberali,
tuttavia, insistono sul seguente: nei nuovi meta rapporti di potere, il
capitale ha due pezzi e dispone di due mosse. Tutti gli altri invece hanno
sotto mano, come prima, un unico pezzo e una sola mossa. Il potere del
nuovo liberalismo si fonda, pertanto, su una disuguaglianza radicale: non
a tutti è consentito contravvenire alle regole. Infrangere o cambiare le
regole resta la prerogativa rivoluzionaria del capitale. La prospettiva
nazionalistica della politica cementa il potere superiore del capitale.
Questa superiorità, peraltro, scaturisce essenzialmente da uno stato
inadempiente, da una politica che si rinchiude nel guscio eterno delle
regole tra i rapporti di potere nazionali. Chi incarna dunque il
contro-potere, chi è l'antagonista del capitale globalizzato? Il
contro-potere siamo noi, i consumatori.
QUARTA TESI - Nella coscienza
pubblica dell'Occidente, il ruolo del contro-potere al capitale, capace di
infrangere le regole, non appartiene allo stato, bensì alla società
civile globale e alla molteplicità dei suoi protagonisti. In breve, si
potrebbe dire che il contro-potere della società civile globale si
incarna nella figura del consumatore politicizzato. Non diversamente dal
potere del capitale, questo contro-potere è la conseguenza del poter dire
- sempre e ovunque - "no", rifiutandosi di fare un acquisto.
L'arma del non acquisto non può essere delimitata, né nello spazio, né
nel tempo, né in termini di un oggetto specifico. Dipende tuttavia
dall'accesso al denaro da parte del consumatore, e dall'esistenza di
un'eccedenza di beni e servizi disponibili tra i quali il consumatore può
scegliere. Fatale per gli interessi del capitale risulta il fatto che non
esiste strategia per contrastare il crescente contro-potere del
consumatore. Persino alle imprese globali onnipotenti manca l'autorità di
licenziare il consumatore. Perché, a differenza dei lavoratori, i
consumatori non appartengono all'azienda. E anche la minaccia ricattatoria
di spostare la produzione in un paese diverso, dove i consumatori sono
ancora sottomessi, si rivela uno strumento del tutto inefficace. Grazie a
una rete informatica e adeguatamente mobilitato, il libero consumatore,
non legato a nessun marchio, può organizzarsi transnazionalmente e
trasformarsi in un'arma letale. Sacrificare l'autonomia, riaffermare la
sovranità.
QUINTA TESI - La politica dello
stato va ridefinita, a questa esigenza ormai non si sfugge. Indubbiamente,
i rappresentanti e i protagonisti della società civile globale sono
indispensabili ai rapporti di meta potere globale, specie per l'attuazione
dei valori cosmopoliti. Voler ottenere uno spazio astratto di possibilità
sulla base di politiche statali e proiettarlo nella costellazione
cosmopolita, tuttavia, conduce a una gigantesca illusione. Vale a dire che
le contraddizioni, le crisi e gli effetti collaterali della seconda
"grande trasformazione" oggi in corso potrebbero essere
civilizzati da nuovi portatori di speranza, dal coinvolgimento nella
compagine della società civile, e per di più su scala vastissima. E' una
linea di pensiero che appartiene invece alla galleria dei ritratti degli
antenati del non politico. Se vogliamo sottrarci alla struttura del
nazionalismo nel contesto della teoria e dell'azione politica, è
essenziale operare una distinzione tra sovranità e autonomia. Il
nazionalismo si fonda invece sull'equazione tra sovranità e autonomia. Da
questo punto di vista, la dipendenza economica, la diversificazione
culturale e la cooperazione militare, legale e tecnologica tra gli stati
conduce automaticamente a una perdita di autonomia, e pertanto di sovranità.
Se, d'altro canto, la sovranità si misura dal grado in cui uno stato è
capace di risolvere i suoi problemi nazionali, allora la crescente
interdipendenza e collaborazione che riscontriamo oggi - e cioè, la
perdita di autonomia - conducono in realtà a un'affermazione di sovranità.
Nell'ottica del cosmopolitismo, questa intuizione è cruciale: la perdita
di autonomia formale e l'incremento di sovranità di contenuto potrebbero
rafforzarsi a vicenda. La globalizzazione significa entrambe queste cose:
un accrescimento di sovranità da parte degli attori, per esempio, in virtù
del fatto che tramite la cooperazione, gli scambi e le interdipendenze
essi sono in grado di acquisire una capacità di azione a grandi distanze,
accedendo così a nuove opzioni - mentre il rovescio della medaglia di
questi sviluppi è che interi paesi rischiano di perdere la propria
autonomia. La sovranità di contenuto degli attori (collettivi e
individuali) viene ribadita quanto più si riduce l'autonomia formale. In
altre parole: sulla scia della globalizzazione politica assistiamo alla
trasformazione dell'autonomia, in base all'esclusione nazionale, in
sovranità, in virtù dell'inclusione transnazionale. Una nazione
indifferente nei confronti dello stato.
Pace di Westfalia. Il dipinto di Gerard ter Borch II, "Il
trattato di Munster": dal sito del Rijksmuseum di Amsterdam
SESTA TESI - Una risposta politica alla globalizzazione è lo
"stato cosmopolita" che si apre al mondo. Questo stato non nasce
dalla dissoluzione o sostituzione dello stato nazionale, ma da una
trasformazione interiore, attraverso una "globalizzazione
interna". Le potenzialità legali, politiche ed economiche a livello
locale e nazionale sono ristrutturate e spalancate al mondo. Questa
creatura ermafrodita - uno stato allo stesso tempo cosmopolita e nazionale
- non si definisce con criteri nazionalistici nei confronti degli altri
paesi. Sviluppa invece una rete di scambi sulla base del reciproco
riconoscimento dell'altro e dell'uguaglianza tra le diversità, al fine di
risolvere le problematiche transnazionali. Il concetto di stato
cosmopolita si basa sul principio dell'indifferenza della nazione nei
riguardi dello stato. Ciò rende possibile la coesistenza di varie identità
nazionali, in base al principio della tolleranza costituzionale
all'interno del paese e dei diritti cosmopoliti all'esterno. Con il
Trattato di Westfalia del 1648, la guerra civile del sedicesimo secolo,
innescata da conflitti religiosi, si concluse con la separazione tra stato
e credo religioso. Analogamente (questa è la mia tesi), le guerre
mondiali e civili del ventesimo secolo potevano risolversi con la
separazione dello stato dalla nazione. Proprio come fu uno stato non
religioso a rendere possibile la pratica di diverse religioni per la prima
volta, la rete di stati cosmopoliti deve garantire la coesistenza di
identità nazionali ed etniche tramite il principio della tolleranza
costituzionale. Così come si dovette reprimere la teologia cristiana
all'inizio dell'era moderna in Europa, oggi l'azione politica deve puntare
a sottomettere la teologia nazionalistica. Se questa possibilità fu del
tutto esclusa alla metà del sedicesimo secolo da una prospettiva
teologica, e addirittura paragonata alla fine del mondo, un cambiamento di
questo genere oggi è totalmente impensabile per i "teologi del
nazionalismo", poiché costituisce una rottura con il concetto
fondamentale e costitutivo del sistema politico, ovvero lo schema
amici-nemici. L'esempio storico di tutto questo è l'Unione Europea.
Grazie all'arte politica di creare interdipendenze, i nemici di un tempo
si sono trasformati in vicini affiatati. Legati gli uni agli altri dalle
"catene d'oro" dei vantaggi nazionali, gli stati membri devono
ribadire continuamente il riconoscimento e l'uguaglianza reciproca per
mezzo del dibattito. Così facendo essi caratterizzano l'Unione Europea
nel senso di una federazione cosmopolita di stati che collaborano al fine
di gestire la globalizzazione economica mentre assicurano il
riconoscimento della diversità dell'Altro (che sono gli altri stati
membri, ma anche i partner europei a livello mondiale): questa potrebbe
essere una descrizione realistica, anche se fino a un certo punto ancora
utopica. La teoria e il concetto di uno stato cosmopolita devono
differenziarsi da tre posizioni: dall'illusione dello stato nazionale
autonomo; dalla nozione neoliberale di uno stato economico minimo e
deregolato; e infine dalle lusinghe irreali di un governo globale
unificato, reso invincibile dalla concentrazione di potere. Trasformare i
muri in ponti!
SETTIMA TESI - Da parecchio tempo
non si sente parlare d'altro che di relativismo culturale,
multiculturalismo, tolleranza, internazionalismo, fino a globalizzazione e
globalità. Spunta quindi la seguente obiezione: il concetto di
cosmopolitismo non significa semplicemente mettere vino vecchio in botti
nuove? E forse non è neppure questione di botti nuove, poiché il termine
è in vigore sin dall'epoca degli Stoici nell'antica Grecia, per non
parlare poi di Emmanuel Kant, Hannah Arendt e Carl Jaspers? E a queste
domande rispondo che la mia teoria della "prospettiva
cosmopolita" descrive realtà diverse ed è strutturata diversamente.
Tutte le idee già citate si basano sul presupposto di diversità,
emarginazione ed estraneità dell'Altro. Il multiculturalismo, per
esempio, significa che vari gruppi etnici convivono uno accanto all'altro
in un singolo stato. Tolleranza significa accettazione, ma questa potrebbe
essere anche di malavoglia, quando la differenza è sopportata come un
peso inevitabile. La tolleranza cosmopolita invece va ben oltre. Non è
difensiva né passiva, ma attiva e propositiva: significa cioè aprirsi al
mondo dell'Altro, percepire le differenze come arricchimento, considerare
e trattare l'Altro come nostro pari. Concettualmente, significa sostituire
la logica di "o l'uno o l'altro" con la logica del "sia
l'uno che l'altro". Pertanto il cosmopolitismo non conduce affatto a
uniformità o appiattimento. Gli individui, i gruppi, le comunità, le
organizzazioni politiche, le culture e le civiltà desiderano ribadire la
loro diversità, e spesso anche unicità, che hanno ogni diritto di
preservare. Ma per farlo, occorre trasformare in realtà la metafora, i
ponti devono sorgere al posto dei muri. E ancor più importante, questi
ponti devono spuntare non solo nella testa delle persone, nella mentalità
e nell'immaginazione (la cosiddetta "visione cosmopolita"), ma
anche in seno a nazioni e località (la "globalizzazione
interna"), nei sistemi normativi (i diritti umani), nelle istituzioni
(l'Unione Europea, per esempio), come pure nella "politica interna
globale", che intenda fornire una risposta alle problematiche
transnazionali (quali la politica energetica, lo sviluppo sostenibile, la
lotta contro il riscaldamento del pianeta, la battaglia contro il
terrorismo).
Questo articolo è apparso in tedesco nel numero di novembre 2007 di Literaturen Traduzione di Rita Baldassarre
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