Berlino, 31 gennaio scorso.
Riunione
dell'Associazione germanica per i rapporti con l'estero, DGAP.
Ad un certo punto, il dibattito viene egemonizzato dagli americani del
«Center for Transatlantic Studies» della John Hopkins
University, Daniel Hamilton, Heiko Borchart e Gerd Foehrendbach. Costoro
hanno dato voce, furiosamente, a tutto il loro dispetto per la «passività»
europea nella lotta al terrorismo globale di Bush e neocon.
Gli abitanti del vecchio continente, hanno detto, vivono nella «devastante
convinzione che l'Europa sia in qualche modo immune da grandi attacchi
terroristici».
Un atteggiamento, hanno aggiunto, che cambierà di colpo quando gli
europei si troveranno di fronte a un «mega-attentato».
Che «non è questione di se, ma di quando».
Per chi sappia chi sono i veri mandanti dell'11 settembre, questa è una
chiara minaccia.
Specie se si considera che viene pronunciata su uno sfondo da «scontro
di civiltà» provocato dai cartoons anti-islamici, e che è stato
volutamente organizzate in Europa per concentrare sugli europei la
rabbia delle masse islamiche fanatiche.
Su tale orchestrazione il Movimento Solidarietà
fornisce nuovi particolari (1).
Il giornale danese da cui tutto è cominciato, il Jylland Posten, appare
tra le forze che hanno fondato (il 10 marzo 200) un nuovo centro-studi
in Danimarca, il CEPOS (Centro Danese di Studi Politici): ricalcato
sulle cosiddette «fondazioni culturali» USA, il CEPOS - focolaio della
politica anti-islamica - si è subito collegato ai centri nei
conservatori americani (i quali del resto lo hanno fatto nascere),
l'American Enterprise di Richard Perle, Leeden e Wolfowitz, e la
Heritage Foundation, «pensatoio» dell'estrema destra liberista
repubblicana, com'è del resto il danese Posten; il CEPOS è collegato
anche a due think-tank di Londra, l'Adam Smith Institute e l'Institute
for Economic Affairs.
E su Jylland Posten, si apprende ora che il giornale si era rivolto
all'associazione dei disegnatori danesi commissionando esplicitamente le
immagini islamofobe.
Lo stesso giornale, nel 2003, aveva rifiutato una serie di vignette
ugualmente diffamatorie su Gesù, rispondendo al disegnatore, tale
Christoffer Zieler, che le immagini erano «offensive per i lettori» (2).
Ma torniamo al CEPOS danese.
Lo presiede un super-conservatore danese, Bernt Johan Collett, che è
stato ministro della Difesa, ed oggi è gran ciambellano della Corte
danese nonché Maestro della Caccia Reale (è un ambientalista
sfegatato, sua moglie dirige Europa Nostra, ala internazionale di Italia
Nostra).
Nel comitato dei consiglieri figura George P. Schultz, eminenza grigia
del potere occulto americano: membro distinto della Hoover Institution
(un'altra fondazione «culturale», potentissima), già ministro, è
stato presidente della Bechtel (la multinazionale delle attrezzature
petrolifere) di cui è tutt'ora consigliere d'amministrazione; è
inoltre presidente dell'International Council della banca d'affari J.P.
Morgan Chase, legata ai Rockefeller e al vecchio potere finanziario USA.
Insieme a James Woolsey, ex capo della CIA (che si distinse nel cercare
autonomamente «prove» delle armi di distruzione di massa di Saddam, ed
annunciò, dopo l'11 settembre, che cominciava «la quarta guerra
mondiale»), George P. Schultz dirige il Committee on the Present
Danger.
Storica istituzione questo CPD, la cui importanza non può essere
sottovalutata.
I più irriducibili guerrafondai americani nel
sistema di potere lo fondarono ai tempi di Carter, da loro giudicato
troppo «molle» con Mosca, per diffondere nelle stanze del governo la
loro idea fissa: l'URSS sta per superare l'America nella corsa agli
armamenti, anzi progetta di sferrare un attacco atomico a sorpresa
contro gli USA (era questo il «present danger», il pericolo
imminente).
Come conseguenza, i dottor Stranamore proponevano: un aumento enorme
delle spese militari, l'abbandono di ogni trattativa con Mosca per il
controllo degli armamenti e anzi, stracciare subito i trattati di
controllo già in atto («sono trucchi di Mosca per disarmarci»),
e - ovviamente - armare pesantemente Israele, «unico alleato nel
Medio Oriente»: molti membri del CPD erano, non stupirà,
ammiratori del Likud e di Sharon.
Sotto la presidenza Clinton, un altro «molle» da spingere su strade
belliciste, il Committee on Present Danger si è sdoppiato in due nuove
fondazioni «culturali» che sono in realtà le lobby congiunte
dell'apparato militare industriale e della lobby likudnik: uno è il
Jewish Institute for National Security Affairs (JINSA), e l'altro è il
Center for Security Policy (CPS).
Membri dell'uno e dell'altro «pensatoio»?
I soliti neocon, che non sono poi tanti e devono quindi fare molte parti
in commedia: Richard Perle, Douglas Feith (numero 3 al Pentagono l'11
settembre), Paula Dobriansky, Elliott Abrams…tutte personalità che
oggi troviamo al fianco di Daniel Pipes come promotori della crociata
anti-musulmana mondiale.
Oggi il Commitee on Present Danger, rinato a nuova vita, predica che
l'imminente pericolo non viene più dalla Russia, bensì dall'Iran.
E propone le solite ricette: riarmo colossale americano, riarmo di
Israele (ormai la terza potenza mondiale), nessuna trattativa ma
politica della pura forza.
Non è strano che personaggi del genere guardino con rabbia lo scarso
entusiasmo europeo per la guerra al terrorismo.
La forza e pericolosità di questa rabbia è stata
descritta così da Peter van Ham (3), un insider
olandese (dirige il Netherlands Institute of International Relations):
«non solo i neocon, ma la vasta maggioranza dei duri americani oggi
considerano l'Unione Europea come una provocazione, che indebolisce la
fibra morale di un intero continente e mina la visione 'realista' in cui
gli USA possono giocare il ruolo di egemone senza rivali».
Ciò perché «la UE, con la sua stessa esistenza, mostra la
possibilità di un modello totalmente diverso, che svaluta la forza e la
realpolitik ed esalta il ruolo del diritto e della fiducia…fino a
rendere la forza militare irrilevante».
«Mentre l'Europa abolisce i confini, gli americani li induriscono,
sia nelle loro teste sia sul terreno», aggiunge l'olandese.
Ciò provoca negli Stati Uniti «una marea crescente di
anti-europeismo, segno che la politica estera americana diventa sempre
più autistica e meno disposta ad ascoltare i suoi amici».
E infine: «sia i realisti sia i neocon americani ora dicono: se gli
europei sono così volonterosi di rafforzare la loro unione per
competere con gli USA su tutti i fronti, finiremo per dare loro quello
che chiedono: rivalità e, al bisogno, conflitto».
Ancora: questo disprezzo e rabbia per l'Europa
configura una chiara e concreta minaccia.
Specie se si considera che a nutrirlo sono i dottor Stranamore «autistici»
(e un po' Lubavitcher (4)) del Commitee on the Present
Danger, per i quali «conflitto» non è una metafora: è l'aggressione
militare e l'eversione, la guerra convenzionale e non-convenzionale.
Con tutti i mezzi, e senza rispetto dei trattati sottoscritti.
Gli europei non sono più «amici», sono nemici particolarmente
insidiosi, perché «pacifisti».
Ora, alla riunione del tedesco DGAP del 31 gennaio, questi americani
hanno dettato l'agenda, dal titolo: «Un nuovo dialogo USA-Europa
sulla difesa del territorio».
Ecco cosa sono venuti a dirci: se volete la nostra «amicizia», un «nuovo
dialogo transatlantico», voi europei dovete estendere all'Europa e alla
NATO le misure di polizia e leggi speciali emanate da Bush dopo l'11
settembre.
In USA ormai non solo le intercettazioni extralegali
sono ammesse, ma la NSA (National Security Agency) sta allestendo campi
di concentramento (da riempire con americani dissidenti, «complici
oggettivi» del terrorismo islamico), e il Pentagono - in violazione
della Costituzione - si sta preparando al mantenimento dell'ordine
interno: insomma l'apparato specifico di un colpo di Stato, messo in
atto con la giustificazione di uno «stato d'emergenza» imminente, che
sarà un'ottima occasione per mettere sotto controllo anti-democratico
la popolazione USA.
Si fanno i primi passi per mettere internet sotto controllo, attraverso
l'obbligo di pagamento per i contenuti e per le @ mail.
Il potere dell'esecutivo è assoluto e incontrollato.
Chi entra in USA anche solo per prendere un aereo di coincidenza viene
fotografato e gli vengono prese le impronte digitali.
Gli Stati Uniti sono ormai un regime poliziesco che somiglia ogni giorno
di più alla Germania Est dei bei tempi.
Ma non basta.
Ora i golpisti dell'11 settembre esigono che queste misure da stato
d'eccezione siano adottate anche dall'Europa e dalla NATO; per esempio
consentendo alle polizie e alle forze di sicurezza americane di operare
sul territorio europeo, insomma estendendo alla «vecchia» quel che la
«nuova Europa», Romania e Polonia, hanno già fatto ospitando i campi
d'internamento e d'interrogatorio della CIA. In questo quadro, gli
americani vogliono che la NATO diventi la forza di sicurezza interna,
che controlli il territorio e i cittadini europei, tutto naturalmente
nel nome della «lotta al terrorismo» e dell'«ordine pubblico»
interno.
Non è un'ipotesi.
E' l'ordine del giorno che si dovrà discutere al vertice della NATO
programmato per l'autunno a Riga («nuova Europa»).
Il quadro di un controllo militare sui propri cittadini.
L'Europa nicchia un po'.
Ecco la rabbia americana.
Voi, ci hanno detto, vivete «nella devastante convinzione che
l'Europa sia immune da mega-attacchi» perché siete rammolliti,
senza fibra morale, pacifisti (le tesi di Giuliano Ferrara).
Invece no, il mega-attentato arriverà.
Islamico, naturalmente: e già vedete che i musulmani bruciano le vostre
ambasciate.
«Non è questione di se, ma di quando»: una minaccia
chiarissima.
Il nostro nemico è il nostro alleato.
Maurizio Blondet
Note
1) Eir Strategic Alert, 6-9 febbraio 2006.
2) G. Fouché, «Danish paper rejected Jesus
cartoons», Guardian, 6 febbraio 2006.
3) Peter van Ham, «Trans-atlantic tensions - How a
relationship goes sour», International Herald Tribune, 7 febbraio
2006.
4) La setta messianica dei Lubavitcher scrive nei suoi
opuscoli: «siamo in guerra. Non è solo una lotta per il potere, i
beni o qualche vantaggio materiale; è uno scontro titanico sul futuro
della civiltà mondiale [..] Questa guerra già dilaga in ogni
nazione, in ogni istituzione, in ogni attività umana, Per questo è
'guerra mondiale' nel significato più radicale». E' l'esatto
programma dei neocon, dello scontro di civiltà e…di Giuliano Ferrara.
Confronta il mio «Chi comanda in America», Effedieffe, 2004,
pagina 30.